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Robirobi
  14.05.2007 | 17:57
numeri di maggio
 

Ho una temperatura corporea di trentasei e otto, e scrivo condizionato a ventitrè gradi e cinquanta per cento di umidità. Mi va la pressione a centocinquanta quando vedo una bella ragazza, e ho un lieve male di addome senza numero.
Metto giù due righe perchè il mio collega mi ha suggerito così.
Il mio collega è uno che la sa lunga, ma uno non è un numero, è uno indeterminato.
I miei colleghi in realtà sono molti e determinati, ma senza numero, come il mio lieve male di addome.

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  20.12.2006 | 13:19
giornata gialla
 

Dimmi ciò che devi poi vattene, oggi è una giornata gialla ma sono triste, non ha senso questo tempo, non in questo modo.

Sono le due, adesso tocca a me. Vattene e lasciami in pace e lasciami vedere le cose di tutti i giorni, le parole già dette, le attese smentite, i giochi del baro.

Con gli occhiali nuovi vedo il vecchio calendario, le facce scavate dalla schiavitù, gli alberi di carta, i corpi rassegnati.

Non c’è davvero speranza?

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  30.10.2006 | 17:36
solo per i tuoi occhi
 

Io sto bene con i tuoi occhi.

Io con i tuoi occhi commetto adulterio.

Non provo imbarazzo nei tuoi occhi, in essi mi cullo, mi rannicchio come in un letto trapuntato di iridi celesti.

Li ho sempre trovati fermi e sinceri, erculei nel sostegno degli altri sguardi.

I tuoi occhi non fuggono mai, non si spengono mai, nemmeno senza il trucco, nemmeno nelle giornate di nebbia, nemmeno nelle stanze buie.

Io sposerei i tuoi occhi.

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  30.10.2006 | 09:48
guarda gli occhi
 

Questa mattina ho guardato negli occhi la gente, e mi sono accorto che potevo leggere nei loro cuori. E' solo una questione di esercizio.

Gli occhi parlano senza lingua.

Leggevo a chiare lettere, violavo con imbarazzo la loro intimità.

Poi l'agorafobia ha ripreso il sopravvento. Sono tornato fra le mie pareti blu.

Qui sto molto bene.

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  08.10.2006 | 21:14
quando piove
 

E’ ora di smetterla. Tutti maledicono la pioggia, è ora che la pioggia maledica noi.

Che non ci venga incontro con la riverenza di un ospite riguardoso, che non si annunci nemmeno.

Che cada a cielo sereno, inondandoci mentre meno ce lo aspettiamo, non così da ucciderci, ma da entrarci in bocca mentre discutiamo di cose futili, da entrarci nelle scarpe mentre invece di camminare verso casa andiamo incontro a strani destini.

Basta lamentarsi, scrittori di rete e dintorni: oggi che giornata uggiosa, oggi che pioggia triste, oggi l’acqua rigava i vetri della mia stanzetta.

Vieni, o pioggia, nostro sangue quotidiano, riempici d’acqua le volute cerebrali, asporta le scorie sillabiche come fanno i fiumi con i tronchi malfermi delle rive. Pioggia, sei un amore. Riga, ti prego, i vetri appena puliti, annaffia le mie piante zuppe, scendi odorosa di carogna ad annunciare che anche nell’autunno qualcosa si muove.

Perché in autunno la più grande delusione è vedere il sole malato e senza speranza.

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  07.10.2006 | 17:03
i buoni riti del mattino
 


Il mattino è una cosa odiosa, che ti capita come un calcio nelle reni, ma del mattino non si può fare a meno, ed è per questo che talvolta spero di morire durante la notte.

Una volta che il mattino è lì nel mio letto, una volta che apro gli occhi e la sua luce mi uccide ancora, dico: ecco, ci sono, e mi viene da vomitare.

Come un rettile stremato scendo le scale e mi incuneo in cucina, guardo gli altri fare colazione, e quella è la mia colazione. Il mio stomaco rifiuta il cibo, anche lui vorrebbe morire di notte.

Fisso la moka, e lei rimane lì, sul fornello spento. Mi avvicino, le apro la capocchia, non c’è caffè. Indietreggio, senza staccarle gli occhi di dosso. Lei rimane lì, a fuoco spento. Fra noi non succede nulla. Lascio perdere.

Il bagno è un luogo mistico. Minuscolo, senza finestre, invita alla meditazione. Di solito è lì che mi vengono le idee sulla vita, del tipo chi siamo e dove andiamo.

Prendo il regolabarba e lo metto alla bocca a mo’ di microfono e mi canto il dies irae, che dissolverà il nostro tempo umano e cavolo, dissolvesse subito anche il mattino. Lo canto come se fossi su un palco metal, scusi, Verdi.

Poi utilizzo la macchinetta per il suo scopo, e cioè me la passo in modo indistinto dalla testa al mento, lasciando i peli sempre uguali, un millimetro circa, in modo che capovolgendo la mia testa il capo sembri una barba e la barba una nuca, non so se mi spiego. Non mi faccio quasi mai la barba per intero, perché secondo mi quelli che si fanno la barba sono ghèi. Me la faccio solo quando è estremamente necessario, cioè quando mi sento ghèi.

Il water è il mio Tibet, e il box doccia la sua anticamera, oh, mistiche vette. Allora comprendo ancora una volta il senso della vita, e ancora una volta vorrei uccidere il mattino, o esserne ucciso.

Torno in cucina a guardare la moka, lei è sempre lì, non parla e non si muove. Non è mai stata in Tibet, lei. La ingravido con semi di caffè e aspetto. Emettendo un gorgolìo soffocato partorisce un bel liquido nero. Lo chiamerò caffè.

Guardo fuori dalla finestra le mie piante assetate, divorate dalle lumache, bruciate dal sole, provate dall’escursione termica. Cosa pretendete dalla vita? Pensate che io devo anche alzarmi tutti i giorni, tutti i giorni affrontare i miei mattini come mulini a vento.

Vado in rete a leggere le brutte dal mondo e mi passano via come acqua sulla pelle, la rete porta tutto e subito e tutto diventa ovvio come una favola e lontano come una galassia. Niente più misteri sulle catastrofi nell’altra parte del mondo, niente più mostri che incombono sulle coscienze. Sarà il cinismo di mezza età, sarà la rete. Ho scoperto un assioma: le situazioni sono inversamente proporzionali alla vicinanza e all’evidenza. Se sono vicine sono irraggiungibili, se sono evidenti sono incomprensibili. Davvero.

Mi bevo un altro figlio di moka e il mattino assume contorni più accettabili per una creatura umana. Rinuncio a me stesso e passo il tempo con il tempo. Mi dimentico di me e bevo un caffè all’ora e arrivo a un punto che il caffè mi prende e mi beve, e anch’esso comincia ad accettare la vita così come viene.

Però il mattino ha un suo lato bello: la sera. Di sera io sono un uomo perso che tenta di ritrovare se stesso. Sono un uomo triste per la sua giornata buttata via, sono un uomo triste e consapevole che torna a illudersi che le mattine siano finite per sempre e che nel crepuscolo siano rinchiuse le poche verità di cui al mattino si vaneggia.

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  27.09.2006 | 08:01
bloguli rossi
 

L'eccesso di bloguli rossi è la causa principale dell'apertura del presente blog.
Come tutti sanno il blog è una terapia. Il blog è una sostanza psicotropa e antidolorifica, anche se per ora con un blog nessuno è finito dietro le sbarre.
Così il mio medico mi ha consigliato un post dopo cena, a stomaco pieno, perché l'eccesso di bloguli porta troppo ossigeno, e troppo ossigeno troppi pensieri, e troppi pensieri troppa coscienza, e troppa coscienza troppa infelicità. E invece come il blog mi scarico, proprio come se fosse un buon lassativo.
"Ma il blog, me lo passa il servizio sanitario nazionale?".
Il dottore, brav'uomo e sant'uomo, mi ha mollato un paterno buffetto sulla guancia, anche se nessuno mi leverà dalla testa che volesse stendermi con un gancio. "Dove sei vissuto, amico mio?".
Ho guardato il mio casco rivestito di pelo di coniglio e provvisto di orecchie di coniglio. L'ho guardato con tristezza, perché non si fanno certe domande. Perché non è importante il dove, ma il come.
Se uno vive sul water, a stretto contatto con lo sciacquone, e si becca i reumatismi, è un dove o un come?
Il dilemma origina sempre dall'eccesso di bloguli. Ti fanno vedere cose, troppe cose in ogni dove e in ogni come, ma di risposte nemmeno una traccia.
Il prossimo anno i miei bloguli ed io abbiamo intenzione di passare le vacanze al mare. Ma al mare ci vado da semplice marinaio, non da uomo di terra, perché il mio cervello è un posto di mare, non un posto di terra. Prova a tirare una riga nel mare, se ci riesci. Prova a segnare un inizio o una fine, come fai sulla sabbia, che notoriamente appartiene alle cose di terra. Prova a giocare a tennis nell'acqua, e a gridare all'avversario: "era sulla riga!".
Nel mare non ci sono i presupposti e le conseguenze, né doppi sensi, né segnali di precedenza. E' l'omogeneità che detta legge, non ti puoi sbagliare.
Amo e odio il mare, so anche il perché. Lo odio perché ho passato un'infanzia eritematica.
Lo amo perché mette in discussione i principi. Lo amo perché i miei bloguli vanno a sguazzare nell'acqua ed io rimango solo sotto l'ombrellone, con parrucca e tricorno, intabarrato come un africano sull'Everest, ed eleggo microcosmo dei miei istanti decenti l'ombra limitata e mobile.
E' lì che i pensieri se ne vanno, e se ci sono rimangono sotto il brusio della risacca, o sotto le palpebre pesanti, al giro di boa di una ventilata giornata agostana.

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